Il Serpente maligno; fu lui che con astuzia,
istigata dall’invidia e da rivalsa, raggirò la genitrice
dell’umana specie, quand’esso, per la sua
superbia, fu bandito dal Ciel con tutta la legione
di spiriti ribelli; e, col loro aiuto, mirando
ad assidersi in gloria sugli angeli suoi pari,
sperava di potere eguagliar l’Eterno, se
lo avesse contrastato; e con temerari intenti,
contro il trono e l’autorità di Dio empia guerra
in Cielo dichiarò e sdegnoso scontro; ma la sua
fu un’impresa inane. L’Onnipotente fuori
dal cielo etereo lo scagliò, a precipizio, involto
nelle fiamme; fu orrenda la caduta, infocato,
nella dannazione inabissato; perché qui, in catene
adamantine e nel fuoco di condanna, dimorasse
chi aveva osato sfidar l’Onnipotente alla contesa.
[Paradiso perduto, I – 34:49]
Così è narrata da John Milton, nell’opera “Paradiso perduto”, la caduta di Satana negli abissi del mondo per opera di Dio, che volle punirlo per il suo atto di ribellione. L’Angelo caduto aveva osato sfidare apertamente il volere dell’Onnipotente, tentando di usurpare il suo trono per divenire egli stesso padrone d’ogni cosa. Orgoglio e ambizione hanno infocato il cuore di Satana, ed ora egli brucia a sua volta nelle profondità più recondite del creato, assieme alle sue legioni.
Questa insurrezione non faceva parte dei piani di Dio, dal momento che nacque dalla volontà degli angeli, eppure egli l’aveva prevista nella sua provvidenza onnisciente: pur conoscendo in anticipo questi eventi, egli non li orchestra, bensì li tollera per affermare la giustizia divina e il libero arbitrio.
Questa libertà d’agire si rifletterà anche sull’Uomo appena generato, il quale sarà libero di scegliere fra la grazia del Signore e le suadenti promesse dell’Avversario. Solamente sua sarà la responsabilità delle proprie azioni, e assieme ad essa le conseguenze che ne verranno, nel bene e nel male.
“Figlio mio Unigenito, vedi da qual furia è
mosso l’Avversario nostro, che nessun prescritto
impedimento, né le sbarre dell’Inferno, né le tante
catene che lì, gli furon più volte ribadite, neppur
l’ampio frapposto abisso riescono a fermare;
così deciso appare a consumar la sua vendetta
disperata, ma essa sul suo fazioso capo ricadrà.
Libero, infin, da tutte le catene, volge il suo volo,
non lontano dal Ciel, verso i confini della luce,
dritto alla volta del novello mondo, e verso
l’uomo ivi collocato, allo scopo di tentare
d’annientarlo con la forza, o, peggio, con qualche
infìdo inganno pervertirlo: e certo lo pervertirà,
ché l’uomo ascolto presterà alle sue menzogne
adulatrici, e, senza esitazione, violerà l’unico precetto,
il suo solo pegno d’obbedienza; egli così cadrà,
e con lui la sua perfida progenie. Di chi la colpa?
Di chi, se non soltanto sua? Ingrato, ebbe da me
quanto era lecito ch’ottenesse; retto e giusto
l’ho creato, bastante a sostenersi, ma pur libero
di fallare. Creai, così, gli Spiriti e le Potenze
eteree, sia chi cadde sia chi restò fedele; libero
di resister chi lo fece, e chi cadde di cadere.
Non essendo liberi, quale effettiva prova di vera lealtà,
di fede costante, o d’amore avrebbero potuto dare,
ove fosse apparso solo quel che si fa perché dovuto,
e non quel che si vuole?”
[Paradiso perduto, III – 80:106]
Questa vicenda trova un suo corrispettivo anche nella cosmogenesi dell’universo Tolkeniano. Il mitico scrittore John R. R. Tolkien, autore de “Il Signore degli Anelli”, era egli stesso un devoto cattolico e la fede ha da sempre impregnato la sua narrativa, inconsciamente nelle prime scritture e in modo consapevole nelle revisioni successive.
L’universo che fa da sfondo a tutte le opere dello scrittore ha origine da Eru Ilúvatar (il “Padre di Tutto” in lingua elfica) e dalla Musica che la sua divina progenie ha cantato per lui. Tra i suoi figli il più potente e fiero era Melkor, il quale ben presto desiderò creare cose che fossero unicamente sue e prese a distorcere la sinfonia del creato. Ilúvatar giunse allora con un monito:
“Potenti sono gli Ainur, e somma fra loro è la potenza di Melkor; ma affinché egli sappia, e tutti gli Ainur sappiano, che io sono Ilúvatar, le cose che avete cantato io le mostrerò così che voi possiate vedere ciò che avete fatto. E tu, Melkor, vedrai come non sia possibile eseguire alcun tema che non abbia la propria ultima origine in me e come nessuno abbia il potere di alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi tenterà non farà che provare di essere mio strumento nel concepire cose maggiormente meravigliose, cose che egli stesso non aveva immaginato”.
[Il Silmarillion – Ainulindalë]
Nonostante le parole di Ilùvatar, nelle ere successive Melkor diverrà il grande nemico e corruttore di tutti gli esseri viventi, e sarà padre di ogni ombra che si aggira sulla terra. Sarà chiamato con il nome di Morgoth, il Nemico Nero, da Uomini ed Elfi, i quali a lungo combatteranno contro le sue armate. Egli verrà infine sconfitto da una grande alleanza tra mortali e déi.
Quanto a Morgoth, i Valar lo scaraventarono, attraverso la Porta della Notte, fuori dalle Mura del Mondo, nel Vuoto Atemporale; e scolte vigilano eternamente su quelle mura, ed Eärendil non perde di vista i contrafforti del cielo. Pure le menzogne che Melkor, il possente e maledetto, Morgoth Bauglir, la Potenza di Terrore e di Odio, aveva seminato nei cuori di Elfi e Uomini, è una pianta che non muore né può essere svelta, e che anzi di continuo rispunta e darà tenebrosi frutti fino agli ultimissimi giorni.
[Il Silmarillion – Del viaggio di Eärendil e della Guerra dell’Ira]
Melkor e Satana sono due parabole che ci insegnano il valore del libero arbitrio e della responsabilità delle scelte che facciamo, le quali troveranno sempre una collocazione nello svolgersi del mondo indipendentemente dalla loro natura. Tante saranno le occasioni di scegliere il male, solo la luce della virtù e della ragione può farci da guida e dileguare le ombre che ci affliggono, affinché il nostro camminare si mantenga sulla retta via.


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