Il megaloceros giganteus ,o “megalocero”, è un imponente cervo vissuto durante il pleistocene nella zona euro-asiatica. La caratteristica più notevole di questo animale è l’enorme palco di corna che gli adorna il capo, una formazione ossea che poteva raggiungere i tre metri e mezzo di ampiezza.
Questa caratteristica gli ha permesso di adattarsi all’ambiente per un certo periodo, ma continuando a crescere sproporzionatamente si è rivelato essere un grave disadattamento che ha condotto il megalocero ad un vicolo cieco evolutivo; reduce da un’era glaciale ancora in fase di declino, non era più in grado di sopravvivere all’ambiente gelido e di sfuggire ai predatori e finì con l’estinguersi.
Peter Wessel Zapffe, scrittore e filosofo norvegese vissuto il secolo scorso, nella sua visione radicalmente pessimista, afferma che l’essere umano stia vivendo una situazione analoga a quella del megalocero. In questo caso, al posto della crescita smisurata delle corna, ci sarebbe lo sviluppo della coscienza. Secondo Zapffe, la nostra capacità di essere consapevoli si è sovrasviluppata, e anziché raggiungere l’obiettivo di adattamento evolutivo lo ha largamente superato. Il risultato è un un dramma esistenziale, dato dalla capacità di riflettere su sé stessi all’interno di un universo privo di qualsiasi dimensione antropica. Questo surplus di consapevolezza sarebbe un grave difetto che separa l’uomo dalla natura e provoca enorme sofferenza.
Nel suo testo “The Last Messiah” (1933), Zapffe individua quattro meccanismi che gli esseri umani usano per gestire l’ansia esistenziale:
- Isolamento: respingere i pensieri disturbanti ed esistenziali dalla mente cosciente.
- Ancoraggio: fissarsi su certi valori, credenze o ideali per creare un senso di stabilità e significato, come la religione o la morale.
- Distrazione: intrattenersi incessantemente per evitare di pensare alla condizione umana.
- Sublimazione: redirezionare l’energia esistenziale in progetti estetici e creativi, come l’arte.
Il problema di questi meccanismi è che riducono il dolore esistenziale ma non risolvono la tragedia dell’esistenza umana, la quale è intrinsecamente futile e la cui unica vera fuga è la cessazione della coscienza. La morte e l’antinatalismo sono quindi l’unico modo di spezzare questo ciclo di tormento esistenziale.
In conclusione, secondo questo autore, come il megalocero è perito sotto il peso delle proprie corna, così l’essere umano è destinato a soccombere sotto il peso della propria coscienza.
Nota: ad oggi sappiamo che l’estinzione del megalocero, avvenuta circa 7.700 anni fa secondo i ritrovamenti più recenti, è avvenuta in seguito al concatenarsi di molteplici fattori: cambiamenti climatici, perdita di habitat e caccia umana. La crescita spropositata delle corna, sotto questa prospettiva, sarebbe un fattore collaterale di minore importanza. La tesi di Zapffe sarebbe stata diversa se avesse avuto accesso alle moderne conoscenze? O avrebbe semplicemente cercato un altro paragone?


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