Il desiderio tra buddismo e stoicismo

Lo stoicismo è sempre stato una disciplina filosofica fortemente pragmatica. Una delle sue grandi intuizioni è la distinzione fra ciò che è in nostro controllo e ciò che non lo è.

La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere. In nostro potere sono il giudizio, l’impulso, il desiderio, l’avversione e, in una parola, ogni attività che sia propriamente nostra; non sono in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche pubbliche e, in una parola, ogni attività che non sia nostra. [Epitteto, Manuale 1,1]

Questa distinzione, detta “dicotomia del controllo”, ha ricadute importanti, dal momento che secondo gli stoici dovremmo concentrare i nostri sforzi e riporre la nostra felicità solo sulle cose che sono in nostro completo potere, così saremo sereni perché otterremo sempre e solo ciò che desideriamo.

Per quanto riguarda le cose che non sono sotto il nostro controllo, non dobbiamo smettere di curarcene, ma comprendere a fondo che non vi è alcuna garanzia che esse vadano come noi ci aspettiamo. Per questo motivo tutto ciò che è gradevole ma fuori dal nostro controllo è considerato un “indifferente preferibile”, ad esempio la fama o la ricchezza. In maniera simile viene definito “indifferente non-preferibile” ogni cosa negativa è incontrollabile, ad esempio i disastri ambientali o le malattie.

Si tratta di fare “la migliore scommessa”: se vincoliamo la serenità della nostra mente a una scommessa su ciò che non possiamo controllare, stiamo scegliendo di mettere parte della nostra felicità nelle mani del caso.

Questo importante insegnamento fa parte della prima delle tre discipline stoiche, ovvero quella del Desiderio. Come possiamo intuire, il suo scopo è proprio quello di addestrarci a indirizzare i nostri giudizi di valore in modo ottimale.

Anche il buddismo si è fortemente interessato alle cause della sofferenza umana, giungendo a conclusioni molti simili a quelle degli stoici.

Secondo la tradizione buddista, le Quattro Nobili Verità furono i primi insegnamenti condivisi dal Buddha in seguito al suo risveglio spirituale. In questo contesto ci interessano solo le prime due:

  1. Dukkha (sofferenza). La realtà è in costante mutamento, nulla è per sempre. Questo vale anche per le nostre esistenze ed è fonte di sofferenza. Non possiamo fare nulla se non accettarlo
  2. Samudaya (origini). A questa sofferenza intrinseca si aggiunge il desiderio che proviamo nei confronti di questo mondo così mutevole. Ci aggrappiamo ostinatamente alle cose, cercando di esercitare un certo grado di controllo. Rifuggiamo a tutti i costi ciò che riteniamo spiacevole e allo stesso tempo inseguiamo inutilmente ciò che riteniamo piacevole. Tutti questi sforzi, oltre ad essere vani, generano ulteriore sofferenza.

Gli insegnamenti buddisti identificano tre tipi di sofferenza, anche detti “Tre Veleni”, che possiamo facilmente ricollegare alla prospettiva stoica.

  • Avidità, intesa come attaccamento edonistico e possessivo. Nello stoicismo, la ricerca ostinata degli indifferenti preferibili.
  • Odio, avversione e rabbia. Nello stoicismo, l’inutile fuga dagli indifferenti non-preferibili.
  • Ignoranza, ovvero il non comprendere la natura della realtà. Nello stoicismo, il non sapere applicare la dicotomia del controllo.

Entrambe queste filosofie si pongono l’obiettivo di raggiungere uno stato di esistenza migliore, la ataraxìa nel caso dello stoicismo e il nirvana nel caso del buddismo, attraverso percorsi pratici. Il primo fa seguire alla disciplina del Desiderio quella dell’Azione e dell’Assenso mentre il secondo ci avvia sulla strada del Nobile Ottuplice Sentiero.

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