Che senso ha lavorare? [Start-up Yes Work]

Il seguente articolo è stato pubblicato su REM n. 1/2024. Puoi supportarci acquistando la rivista!

Una delle (tante) crisi che oggi viviamo è quella del lavoro. Il mercato del lavoro, lo sappiamo fin troppo bene, negli ultimi decenni non se la sta passando molto bene e fra crolli economici, guerre e pandemie, cresce la sensazione di sentirsi con l’acqua alla gola. In molti iniziano a domandarsi se non si stia entrando in un’economia “post-lavoro” o “post-salario”, nella quale il lavoro stabile è prerogativa di pochi fortunati.

Uno dei maggiori effetti delle politiche economiche di questi anni è la crescente precarizzazione del lavoro. Ne sentiamo parlare spesso al telegiornale, ma cosa significa di preciso? Per fare chiarezza, possiamo dire che si manifesta in tre dimensioni diverse. La prima è la continuità del rapporto di lavoro; non sappiamo più quanto a lungo rimarremo in una data azienda, i contratti sono quasi sempre a tempo determinato e di durata sempre più breve. In secondo luogo, il salario è ridotto a tal punto che non siamo più certi di poterci sostenere, viene a mancare la sicurezza economica del poter sostenere quelle spese minime che a loro volta sono in costante crescita. Infine, il rapporto di lavoro si è deteriorato non solo nella sua durata ma anche nella sua qualità, delineando la sempre più scarsa capacità dei lavoratori e dei sindacati di esercitare controllo su alcuni aspetti fondamentali del lavoro; cresce quindi la competizione fra pari, i quali sono visti come dei potenziali avversari per il mantenimento del posto di lavoro. Sulla scia di questo cambiamento diminuiscono le prestazioni a favore dei lavoratori vulnerabili, così come le probabilità di vedere rispettati i propri diritti.

Viene spontaneo chiedersi “ma chi me lo fa fare?”. Che senso ha lavorare?

Quella che avvertiamo emergere è la volontà di significato. Si tratta di un termine coniato da Viktor Frankl, il fondatore della logoterapia, per indicare la fondamentale tendenza dell’uomo a ricercare un significato all’interno della propria vita. Per noi essere umani l’avere un perché è un bisogno fondamentale, nonché una responsabilità individuale, dal momento che esso è unico e specifico per ognuno di noi. Difatti non esiste un significato valido per tutti. Per fare un’analogia con il gioco degli scacchi, sarebbe come domandare ad un giocatore esperto quale sia la migliore mossa in assoluto. La risposta è molto semplice e cioè che dipende; ogni partita è unica, ad ogni turno ci sono tante buone mosse che però dobbiamo trovare noi. Siamo costantemente interrogati dalla vita. Non è questione di “cosa mi aspetto dalla vita” ma di “cosa si aspetta la vita da me?”. La partita continua e non possiamo interromperla se non con un gesto estremo che interrompa noi stessi. La buona notizia è che abbiamo sempre la capacità di scegliere. Una piccola curiosità riguardante gli scacchi: al primo turno ogni giocatore ha ben venti azioni possibili con cui iniziare, per un totale di quattrocento combinazioni. Già dopo la terza mossa, una partita di scacchi presenta oltre un milione di varianti possibili; a gioco terminato avremmo un numero talmente esagerato che potrei riempire con esso il resto dell’articolo (ma probabilmente non sarebbe una buona mossa).

La nostra società moderna è molto abile nel frustrare questa volontà di significato, ostacolandoci nella nostra ricerca oppure creando un rumore di fondo che ci impedisce di agire con chiarezza. E’ indubbio che oggi viviamo un periodo di vuoto esistenziale; non abbiamo più nessun istinto ancestrale che ci possa dire come dobbiamo comportarci, inoltre abbiamo perso molte tradizioni che ci fornivano una guida. L’uomo moderno non sa cosa dovrebbe o vorrebbe fare, spesso non gli resta che augurarsi di fare ciò che fanno tutti gli altri (conformismo) o di fare ciò che le altre persone vogliono che lui faccia (totalitarismo).

Arrivati a questo punto mi si potrà anche obiettare che, significato o no, alla fine bisogna lavorare in ogni caso se si vuole campare. Sono perfettamente d’accordo; come affermavano nell’opera da tre soldi di Bertolt Brecht “prima viene la pancia piena, poi la morale”. Siamo ben lungi dal farci illusioni, eppure sappiamo benissimo che la pancia piena senza una morale, ovvero un significato che renda la nostra vita più sopportabile, non ci porterà molto distante.

Nella speranza di dare qualche spunto utile a chi si sente perso, ho intervistato diversi cittadini del territorio adriese chiedendo loro quale significato attribuissero al proprio lavoro. Ogni caso è diverso, eppure trovo che le loro esperienze siano molto condivisibili.

Il lavoro come responsabilità e fonte di soddisfazione. Per il signor M. il proprio lavoro è conseguenza di una scelta di carriera fatta da giovane; sapeva ciò che avrebbe voluto fare da grande e ha scelto di rifiutare altre possibilità che aveva davanti. Ad oggi è molto contento della scelta fatta, anche se a volte gli capita di ripensare a quella fase giovanile domandandosi “e se avessi scelto quell’altra strada?” Il lavoro cambia significato attraverso le varie fasi temporali della vita: da giovani è la propria passione, poi diventa anche un modo per mantenere la propria famiglia, infine più in là con gli anni diventa una fonte di soddisfazione perché si ha l’opportunità di riguardarsi indietro. Ha anche avuto la fortuna di incontrare persone che gli hanno insegnato competenze importanti. Ovviamente non è sempre tutto rose e fiori, ma è segno che la passione per una professione va oltre le difficoltà. Nietzsche diceva: “colui che ha un perché nella vita può sopportare quasi ogni come”.

Il lavoro come esperienza e trasmissione di valori. Il giovane N. sta attualmente studiando per poter fare il lavoro che lo appassiona, ossia l’educatore per l’infanzia. Nelle sue esperienze come animatore ha capito quanto lo faccia sentire realizzato il legame che si crea con i bambini. Questo lavoro gli permette di vivere e condividere questa bellissima esperienza. Ha inoltre in mente un lascito importante, infatti il suo sogno è trasmettere ai bambini i valori in cui lui crede molto: spontaneità, apertura, inclusione e rispetto. Vuole infondere loro dei valori che li rendano degli adulti migliori. Mi cita una frase di Anna Harendt: “Io ai bambini do in mano il mondo, che loro dovranno rinnovare.”

Il lavoro come forma di indipendenza e autorealizzazione. D., dopo avere ottenuto il diploma alberghiero una decina di anni fa, ha intrapreso la professione del cuoco perché è molto facile trovare lavoro se si ha voglia di fare. Questo significa assicurarsi di avere sempre uno stipendio con il quale essere indipendente anziché dover chiedere prestiti ai propri genitori. Per lui è importante soddisfare questa responsabilità. Adesso però vorrebbe cambiare, rimettersi a studiare e più avanti aprire una propria attività, anche se questo significa abbandonare delle certezze; sente il bisogno di dare il proprio contributo al mondo.

Il lavoro come fonte di guadagno. C. si è laureato in ingegneria alcuni anni fa, scegliendo questo percorso formativo perché ti permette di trovare facilmente lavoro. Finiti gli studi si è inserito nel settore della finanza, dove girano molti soldi e con la speranza di guadagnarsene una fetta da reinvestire. L’ambiente di lavoro è duro ma lui accetta con atteggiamento stoico questa condizione, ribadendo fermamente che in questa società capitalista ti servono necessariamente i soldi per vivere; c’è poco da dire, queste sono le regole del gioco e C. non si illude di poter cambiare il mondo.

Il lavoro nell’equilibrio fra i diversi contesti di vita. A. ha aperto da circa un anno il suo studio da nutrizionista. Durante gli anni di formazione universitaria si era messo in testa che un giorno sarebbe diventato un punto di riferimento per la comunità del suo settore. Col tempo ha cambiato visione del mondo ridimensionando le proprie aspettative; ha fatto i conti con le sue capacità personali e si è reso conto di non volere sacrificare tutto il resto per la carriera. Desidera infatti lasciare il giusto spazio ad altre cose della vita come le passioni, i rapporti umani e il benessere personale. In ogni caso il suo lavoro va avanti, i clienti aumentano così come le sfide, trasformandosi in fonte di soddisfazione. Questo è il compromesso olistico che A. ha trovato per sé stesso, ma aggiunge: la società non deve necessariamente funzionare in questo modo; l’economia potrebbe essere organizzata diversamente in modo che ci sia lavoro per tutti e con orari meno impattanti. Un mondo lavorativo più vivibile per l’uomo è possibile. Egli avrà sempre la necessità del proprio lavoro come opera significativa, ma allo stesso tempo ha bisogno di relazioni, arte e divertimento.

Il lavoro come fonte di stabilità economica ed emotiva. S. ha scelto di lavorare come operaio della fabbrica alimentare vicino a casa, dove lavora anche suo padre. Questo lavoro lo soddisfa perché gli permette di avere un’entrata economica stabile, inoltre si sente più tranquillo riguardo al presente perché sa di avere un’occupazione. Adesso si tiene impegnato, persino la fatica fisica è bene accetta perché permette alla mente di rilassarsi. Prima, quando era disoccupato, si preoccupava spesso del futuro.

A proposito di preoccupazioni ed incertezza: vi siete mai chiesti quali effetti abbia la precarietà del lavoro sulla salute delle persone? Forse chi la vissuta in prima persona già lo sa, ma la precarizzazione è invalidante non solo dal punto di vista economico e sociale ma anche sotto l’aspetto del benessere psico-fisico. Il motivo principale è che essa agisce come fattore di stress cronico, andando a deteriorare sempre di più il benessere di chi ne è colpito; è possibile delineare una vera e propria “sindrome da lavoro precario” che colpisce circa l’80% dei lavoratori precari. I sintomi, per citarne alcuni, sono ansia, insonnia, depressione e frustrazione. Cresce inoltre il rischio di dipendenze, di suicidi e di malattie cardiovascolari.

La precarietà è pervasiva al punto di coinvolgere perfino gli adolescenti, i quali non sono ancora entrati nel mondo del lavoro ma ne risultano già influenzati negli atteggiamenti. Si creano aspettative sul proprio futuro lavorativo poco motivanti: sono portati a credere che molto probabilmente faranno un lavoro poco pagato e scarso di soddisfazioni, sperimentando un senso di vulnerabilità. Una delle conseguenze è il progressivo disinvestimento nella formazione.

Vorrei presentare qui di seguito un’iniziativa che ho scoperto di recente e che già da qualche anno è attiva nel nostro territorio, nella speranza che possa risultare utile a più di qualcuno.

Sto parlando di YesWorkApp, conosciuta tra chi la utilizza come “l’app dei lavoretti”. Si tratta di un progetto nato alcuni anni fa per mettere in connessione le persone che necessitano di aiuto domestico e chi ha le competenze per risolvere il problema in maniera tempestiva e a tariffa contenuta. Rappresenta da questo punto di vista il superamento delle bacheche con gli annunci che abbiamo sempre usato, nelle quali affiggere ad esempio una richiesta o il proprio curriculum da tuttofare. Forse ormai siamo talmente abituati da non accorgerci nemmeno dei tantissimi biglietti e volantini che affollano i bar, le vetrine dei negozi o che se ne stanno appiccicati sui lampioni. YesWorkApp in particolare si concentra su tutti quei lavoretti di poco conto che solitamente non sono interessanti per chi lavora con una partita iva, come ad esempio sistemare la serratura di una porta, cambiare un rubinetto, dare qualche ripetizione di matematica e via dicendo. Lo stesso co-fondatore del progetto Teddy Crivellari ha toccato con mano questa fetta di mercato, quando ancora lavorava nell’edilizia in zona Rosolina. Prestazioni occasionali e molto limitate ma che sono comunque molto richieste in tantissimi ambiti, andando a creare un vero e proprio mercato sommerso che conta, secondo le analisi di mercato, un giro di milioni. Data la natura così volatile di questi lavoretti spesso avviene tutto in nero. YesWorkApp si prefigge l’obiettivo si fare emergere questo mercato; per questo motivo la piattaforma fornisce tutti gli strumenti per regolarizzare, secondo le norme vigenti, queste prestazioni, adoperando delle tariffe che risultino comunque interessanti sia per chi domanda sia per chi offre il servizio.

Naturalmente non è possibile, né tantomeno augurabile, campare solo di questi lavoretti. Ciononostante queste opportunità per molte persone possono essere interessanti. Si pensi ad uno studente che mette a disposizione qualche ora del suo tempo libero per dare ripetizioni, o ad un disoccupato che per potersi sostenere almeno un poco si rende disponibile a fare qualche lavoretto.

Molto spesso si tratta di iniziare con pochi piccoli passi per risollevarsi da una situazione difficile. Quasi due millenni fa Hillel, uno dei padri fondatori del Talmud, rese celebre questa massima “Se non lo faccio io, chi lo farà? Ma se lo faccio solo per me stesso, cosa sono io? E se non lo faccio ora, quando lo farò?”

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