Il seguente articolo è stato pubblicato su REM n. 3/2023. Puoi supportarci acquistando la rivista!
Il precetto “ama il prossimo tuo come ami te stesso” è forse uno dei presupposti della nostra società civile. Nella religione cristiana appare nel Levitico (19,18) e viene poi declinata in diversi vangeli. In verità l’intera etica umana è costellata di diverse versioni di questa regola aurea, il che è anche un bellissimo esempio di somiglianza fra culture diverse.
“Non fare a nessuno ciò che non piace a te” (Bibbia ebraica, Tobia, 4,15);
“C’è forse una parola che possa fungere da regola per l’intera vita umana? RECIPROCITA’ è quella parola. Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” (Confucio, Dialoghi 15:23).
*“*Non ferire gli altri in modi dai quali anche tu ti sentiresti ferito” (Buddismo, Udanavarga 5:18.)
“Non è credente un uomo finché non desidera per suo fratello quello che desidera per sé stesso.” (Islam, Sahih Muslim 1,72).
L’elenco potrebbe continuare ancora per molto.
Oggi questo precetto si scontra con un messaggio darwinista che inneggia all’individualismo, in quanto il funzionamento della nostra società ci lascia intendere che è solo il più forte (o forse il più furbo) a sopravvivere. E’ un ritorno al concetto di “homo homini lupus” (l’uomo è il lupo degli uomini) che già i latini denunciavano due millenni fa. Lev Shestov disse molto puntualmente “nel nostro prossimo noi vediamo un lupo […] Come possiamo non averne paura. Eppure, dietro il pericolo e la minaccia giace qualcosa di importante che merita la nostra simpatia.”
In effetti, viene da domandarsi se oggi questa regola aurea abbia ancora senso. Io sono sicuro che molti nella propria vita, e non c’è vergogna ad ammetterlo, si siano chiesti “sì, ma io che cosa ci guadagno ad aiutare il prossimo?” Pure questo è un dilemma che gira da parecchio tempo, ad esempio a Caino viene attribuita la frase “sono forse io il custode di mio fratello?” In effetti il precetto di amare il prossimo, posto di fronte a questa domanda, si ritrova un po’ imbarazzato. Non sa che dire, è una domanda assurda alla quale non sembra esserci una risposta oggettivamente accettabile.
Proseguendo, se anche fosse, devo amare proprio tutti? Come faccio ad amare una persona che non conosco e che probabilmente non mi contraccambierà mai? Freud, nella sua opera “Il disagio della civiltà” affermava “il mio amore per me è una cosa preziosa e non dovrei buttarlo via senza una buona ragione. Mi impone degli obblighi, per adempiere ai quali devo essere disposto a fare dei sacrifici. Se amo un altro, questi deve in qualche modo meritarselo. […] Ma se mi è estraneo e non mi può attrarre per il suo valore, o per quello che ha già acquisito nella mia vita emotiva, mi sarà difficile amarlo. Sarebbe addirittura un segno di ingiustizia verso le persone a me care, metterle alla pari di un estraneo”
Probabilmente se ci siamo bloccati di fronte a questi dilemmi, è perché dobbiamo approfondire tutte le questioni aperte dal precetto “ama il prossimo tuo” perché, sebbene sia una frase molto breve, solleva moltissime questioni. Che cosa ci sta dicendo veramente?
Il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso” chi chiede di essere morali e di riconoscere che fra di noi c’è una dipendenza reciproca, che ci piaccia o no. Ciò che faccio io influisce sul benessere degli altri e viceversa, non possiamo sfuggire a questa responsabilità. Il filosofo Emmanuel Levinas nel suo libro“In ostaggio per l’Altro, dice «Percepire l’Altro significa vedere la mortalità come tale […] Il Volto dell’Altro significa richiamo per me, una chiamata. Non lo devo lasciar morire da solo. E neppure lo devo uccidere. C’è qui un comando e una proibizione […] Comando e proibizione sono le ‘sorgenti della responsabilità’. Ho una responsabilità per ciò che è in mio potere. È così. Per ciò che non rientra nello spazio della mia libertà. Sono consegnato all’Altro ancor prima di essere per me stesso».
Questo significa che abbiamo una certa responsabilità anche nei confronti degli esclusi, coloro che vivono ai margini del nostro mondo, proprio perché è nostro. Ma chi sono gli esclusi di oggi? Per Zygmunt Bauman gli esclusi nella società odierna sono coloro che non hanno raggiunto gli standard di “normalità”, ai quali viene spesso attribuita la colpa della propria esclusione. Non si considera mai che in realtà queste persone potrebbero essere in balia di forze su cui non hanno il controllo, possedere delle caratteristiche di cui non possono liberarsi, non avere accesso a determinate risorse e servizi o più semplicemente non desiderare di omologarsi a certi standard di vita.
Per fare chiarezza su tali questioni etiche e indagare direttamente “sul campo” sono andato a trovare i volontari degli Amici di San Francesco di Adria, che costituisce il braccio caritatevole della Basilica Santa Maria Assunta “della Tomba” ed è situato di fronte ad essa, sull’altro lato della strada.
Mi sono presentato un giovedì mattina insolitamente freddo, caratterizzato da un cielo grigio come l’acciaio. Dello stesso colore era il cancello di ingresso degli Amici, ma con mia gratitudine ho scoperto che tale colorazione era solamente una questione funzionale, la quale non rispecchiava il alcun modo la calda accoglienza che ho ricevuto.
Ho attraversato il cortile interno cercando di non intralciare gli indaffaratissimi volontari, che pur intenti a spostare un sacco di scatoloni colmi di vestiti, hanno comunque trovato il tempo di salutarmi. Dopo una rapida presentazione sono andato subito al dunque e ho chiesto a Laura, la coordinatrice del gruppo, di raccontarmi la storia degli Amici. Non so voi, ma quando devo conoscere un’associazione o un qualsiasi altro argomento, voglio sempre partire dalle sue origini per dare un contesto a tutto quello che imparerò in seguito. Laura, che sembra avere accettato di buon grado la mia scelta, mi racconta che il gruppo nasce nel 1998 per iniziativa dei Frati Cappuccini. Si tratta di un’iniziativa presente in molti luoghi dove questo Ordine di ispirazione francescana risiede, e ha lo scopo di fornire diverse forme di aiuto a chi ne ha bisogno, in primis la donazione di vestiti e altri beni di prima necessità. Sotto l’egida dei Frati il gruppo è cresciuto, pur senza mai diventare un’associazione vera e propria; i suoi volontari hanno sempre voluto mantenere una certa semplicità e indipendenza. Per lo stesso motivo non c’è mai stato un capo gruppo, limitandosi a individuare un coordinatore che avesse il ruolo di rappresentate.
Gli Amici di San Francesco sono rimasti tali anche quando nel 2013 i Cappuccini sono stati richiamati altrove e hanno ceduto il posto ai Frati dell’Immacolata. Questi ultimi, in accordo con i volontari, hanno deciso di continuare l’opera senza cambiarne il nome o la filosofia. Lo stesso è accaduto quando un paio di anni fa è subentrato il Parroco.
I volontari degli Amici insomma non hanno mai smesso di impegnarsi nella loro missione, mettendo a disposizione il loro tempo e prima di tutto se stessi. Laura mi spiega infatti che non è semplice come sembra, si tratta di un’attività alla quale devi partecipare con costanza se vuoi davvero combinare qualcosa. Non basta realizzare qualche ora di servizio ogni tanto, non è solo una questione di tempo ma di impegno personale. Impegno nelle attività da svolgere ma soprattutto nel cambiare visione del mondo; quest’ultima cosa è indispensabile; non è facile accettare le situazioni che si presentano e pretendere di capire tutto, accettare anche i comportamenti che sembrano sbagliati. Devi mettere da parte molti preconcetti e ci vuole tempo. Ad esempio vieni a sapere gente che butta via i vestiti che le erano stati donati, il che può sembrare una cosa sbagliata, finché non si scopre che non hanno neanche la lavatrice. Queste situazioni si capiscono restando qui e cambiando mentalità.
Mi ritorna in mente la questione della fiducia nei confronti dell’Altro su cui riflettevo poco fa. Ho l’impressione che oggigiorno siamo talmente premuniti nei confronti delle altre persone, che quando qualcuno ci approccia ci chiediamo “in che modo proverà a fregarmi?”. L’Italia è ormai la patria dei furbi (o dei furbetti, come vengono denominati in certi contesti) e questo è un danno enorme dal punto di vista sociale. Come facciamo ad aiutare qualcuno senza che questi se ne approfitti?
Il volontario Vittorino è la vittima designata per rispondere a questo mio dubbio, infatti gli domando a bruciapelo “come fate a capire se uno vuole approfittarsi della vostra carità?”
Lui mi risponde che è una gran bella domanda. Non esiste un filtro vero e proprio che ti permette di fare distinzioni infallibili. Per lui ha aiutato molto cambiare la mentalità con cui fornivano aiuto, uscendo dalla carità pura e semplice, fatta ad occhi chiusi, del tipo “chi sono io per dire di no”. Si sono presi del tempo per riflettere e fare formazione, arrivando a capire che la carità va fatta con il cuore ma anche con la testa. Delle volte le persone mettono in atto dei comportamenti opportunisti perché è quella l’educazione che hanno ricevuto o perché è il loro stesso disagio che le spinge a farlo. Abbiamo imparato ad essere più sensibili e a verificare meglio, soprattutto confrontandoci con gli Assistenti Sociali e con altre associazioni che seguono le stesse persone. Lo facciamo non tanto per evitare di farci fregare, bensì per non togliere ad altre persone l’aiuto che gli spetta, essendo che abbiamo risorse limitate. Quando ci accorgiamo che qualcuno non ce la racconta giusta, non tagliamo i ponti completamente, semplicemente ci adattiamo a quello che abbiamo capito e nella maggior parte dei casi questi sembrano accettare il messaggio. In conclusione il processo conoscitivo non ha mai fine e non è di certo facile, ma noi facciamo del nostro meglio.
Più tardi incontro la signora Paola, che avendo ascoltato i nostri discorsi aggiunge una sua importantissima riflessione e mi spiega che ai nuovi arrivati nel gruppo loro dicono sempre “prima di essere poveri e bisognosi sono persone, bisogna trattarli con dignità”.
Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che il dare è anche una cosa delicata. Ad Adria poi ci si conosce tutti e quindi è una barriera in più. Spesso gli esclusi sono persone che non ti aspetti, magari le hai sempre avute vicino ma non hai mai saputo delle loro difficoltà economiche. Spesso si nascondono i propri problemi per vergogna, dal momento che si vive la propria situazione come un fallimento, e di conseguenza ci si ritrova da soli ad affrontarla.
Per questo motivo non è facile agganciare la persona perché si faccia aiutare. La base fondamentale per iniziare a costruire un rapporto è la fiducia reciproca. Una volta che questa inizia a germogliare, la persona in difficoltà può iniziare a manifestare i suoi bisogni. D’altro canto il volontario deve sapere fornire ascolto attivo, autenticità, coerenza e capacità di contenimento.
Le relazioni di aiuto che si instaurano in situazioni come questa sono molto delicate e possiedono una caratteristica asimmetria, ovvero un disequilibrio fra chi dona, ovvero colui che possiede i mezzi sostentamento, e la persona che riceve, la quale ha bisogno di quegli aiuti. Si instaura quindi una relazione con degli aspetti di dipendenza che vanno riconosciuti e gestiti. Per questo motivo si cerca di donare il giusto, ma non troppo. Si vuole dare alla persona quello che le serve senza spogliarla della sua autonomia, infatti l’obiettivo è quello di rafforzarla. Le donazioni non vengono fatte provando pietà ma per avviare un processo di crescita, nella consapevolezza che ogni persona è depositaria di risorse, forze interne costruttive e valori, i quali semmai devono essere potenziati. Il volontario quindi è chiamato a riconoscere la propria responsabilità nei confronti dell’altro e ad imparare a gestirla.
Michela mi dice giustamente che a volte “ripariamo ma non andiamo al motivo di fondo. Bisogna svegliare l’autonomia della persona nella sua fragilità”. Certo non è facile e di fronte a certe situazioni non si può che provare impotenza. Mi racconta che ogni tanto preferisce andare direttamente a casa delle persone che stanno aiutando, in modo da poter conoscere più da vicino la situazione e vedere con i propri occhi cosa funziona e cosa no.
E’ per aiutare più efficacemente gli utenti che da alcuni anni gli Amici di San Francesco hanno deciso di accogliere le persone una alla volta tramite appuntamento. In questo modo si mantiene un buon livello di riservatezza ed è possibile conoscere più a fondo chi si ha davanti. Questi appuntamenti a cadenza regolare permettono anche di costruire un’importante struttura temporale che veicola un messaggio di disponibilità ma con dei giusti limiti.
Il volontario Maurizio mi conduce attraverso le diverse aree di stoccaggio, per dimostrarmi che dietro all’attività di donazione c’è un grande lavoro logistico. Tutte le donazioni che gli Amici ricevono dai cittadini vengono smistate; una parte viene donata all’Humana o al Centro Aiuto alla Vita nel caso di oggetti per bambini, un’altra viene donata agli utenti il venerdì mattina nella consueta pratica di aiuto ed infine una selezione di oggetti viene messa in vendita al Mercatino della Solidarietà, cosa che permette all’associazione di acquistare beni alimentari e sostenere varie spese nel tentativo di essere quanto più indipendente possibile.
Oltre a mandare avanti quello che c’è si cerca di pensare anche a cose nuove. Maurizio mi spiega che nell’ultimo anno il gruppo ha deciso di fare la richiesta dell’8×1000. Con i fondi da esso ottenuti hanno potuto fare diversi acquisti, ad esempio hanno comprato 200 paia di scarpe da ginnastica, che qui sono un bene di prima necessità. Hanno inoltre sistemato il pulmino con il quale trasportano i vestiti e che permette loro di fare consegne a persone che non possono raggiungere la sede.
Dopo avere bevuto un caffè tutti assieme e avere scattato alcune foto molto suggestive all’ex cinema dei frati, che potete ammirare fra queste pagine, mi sono congedato dagli Amici.
Questo è il momento in cui dovrei arrivare alla conclusione e tirare fuori una morale o un qualche insegnamento dall’esperienza che ho appena raccontato. La verità è che non mi va di farlo, perché non voglio che il lettore abbia il lusso di imparare qualcosa senza essersi scomodato. Questa è una di quelle esperienze per le quali non è possibile imparare davvero se non si mette a disposizione se stessi e le proprie convinzioni, per vedere cosa succede. Le ultime righe di questo testo non vogliono essere una fine ma un inizio, se volete trarre delle conclusioni quindi alzatevi dal divano e passate qualche ora in una di queste realtà.

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