Cambiare il mondo [Settimana dei Diritti Umani 2023]

Il seguente articolo è stato pubblicato su REM n. 2/2023. Puoi supportarci acquistando la rivista!

Avete presente i diritti? Io ne ho sempre sentito parlare al telegiornale come una cosa che accade agli altri: ci sono quelli che lottano per i propri diritti e quelli che i diritti non li vogliono proprio riconoscere, ci sono persone che vorrebbero vederli garantiti ad ogni essere umano ed altre che sembrano quasi averne paura. All’ascoltatore comune la situazione attuale dei diritti appare confusa, a tratti contraddittoria. Si parla di diritto alla libertà di espressione, ma solo quando questa è garantita, altrimenti non si parla di un bel niente. Si ha il diritto di scegliere la propria identità di genere ma a patto che questa rispetti certi canoni. Più in generale si parla di diritto alla salute in ogni sua forma e ad un futuro sostenibile, ma chi ce lo garantisce che fra qualche decennio non staremo peggio di oggi? Dentro di me si è destata una certa preoccupazione, come se fino ad ora avessi trascurato un aspetto importante della mia vita.

È stato solo quando ho accettato di scrivere un articolo sui diritti umani che mi sono reso conto di quanto ne avessi una visione sfocata, motivo per cui vorrei iniziare dando un po’ di contesto. I diritti come li conosciamo oggi derivano principalmente dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, siglata dall’ONU nel 1948. Questo documento conta 30 articoli suddivisi in 7 argomenti, nei quali vengono sanciti i diritti individuali, economici, sociali e non solo. Il primo articolo dice questo: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.» Una cosa che mi piace e allo stesso tempo non mi piace del primo articolo è che leggendolo si percepisce subito la dissonanza tra quanto scritto sulla carta e quanto accade nella realtà.

Che fare, dunque, per avere maggiore chiarezza? Una soluzione potrebbe essere quella di partecipare ad un bell’evento che tratti proprio il tema dei diritti. A proposito di questo…

Se doveste uscire di casa per andare a fare una passeggiata in centro a Rovigo fra il 17 e 23 luglio, potreste accorgervi che nell’atmosfera si respira un’aria diversa. Non sto parlando dello smog, mi riferisco a quello che potreste vedere in giro. Un palco in piazza, degli stand colorati per il corso, le strade gremite di famiglie a spasso. C’è insomma un certo fermento per le strade, ma che succede? Il motivo è che non si tratta di una settimana qualunque: è la Settimana dei Diritti Umani.

Per ottenere qualche anticipazione mi sono collegato con il direttore artistico dell’evento Michele Lionello, che ha cortesemente accettato di soddisfare alcune mie curiosità sullo stesso. Sebbene la Settimana dei Diritti Umani sia alla sua primissima edizione, possiede una già un’importante eredità, essendo la continuazione di Voci per la Libertà. Chi ha partecipato alla movida sociale di Rosolina degli ultimi anni probabilmente conosce già questa rassegna artistica promossa da Amnesty International. Sul palco di Voci per la Libertà si sono esibiti personaggi famosi come i Negramaro o Enrico Ruggeri oltre a tantissimi artisti e associazioni del territorio, tutti riuniti per mandare un messaggio importante di libertà e fratellanza.

Giusto l’anno scorso Voci per la Libertà ha festeggiato i suoi primi 25 anni, e infatti chiedo a Michele se non sia un paradosso che raggiunto questo traguardo importante, che nemmeno la pandemia ha saputo rallentare, ci si ritrovi a doversi reinventare in un’altra zona. Lui mi risponde ridendo che è stato un atto volontario e necessario.

È stato proprio nel realizzare questo passaggio che è nata l’idea della Settimana dei Diritti Umani, un festival allargato sia temporalmente che geograficamente. Questo progetto vuole essere qualcosa di nuovo oltre che la continuazione di una tradizione, con temi che toccano tutti. Il palco in questo caso è l’intera città, dal momento che le varie iniziative saranno dislocate in zone diverse tra loro. Tutte queste bellissime proposte saranno legate tra loro dallo slogan “D(i)ritti al futuro”, che racchiude la volontà comune di dare voce e corpo ai diritti inviolabili dell’uomo, tra i quali: il diritto alla dignità, vivere e non sopravvivere; il diritto alla libertà di movimento, potersi muovere dentro e fuori dal proprio territorio; il diritto alla partecipazione alla pace, alla comunità e alla protesta; il diritto alla sessualità, ovvero essere chi ci si sente senza discriminazioni; infine il diritto a considerare la sostenibilità del pianeta quale elemento imprescindibile di tutte le scelte. Diritti e dritti al futuro con un’unica fondamentale missione: diventare amplificatore del rispetto dei diritti umani.

Insomma, c’è tutto l’occorrente per divertirsi, ma anche per pensare. Il senso di tutto quanto è trasmettere il messaggio che i diritti sono una cosa che viviamo tutti i giorni, anche se talvolta li diamo per scontati. Per fare una metafora, i diritti sono un po’ come l’aria: solitamente tendi a non farci caso ma non puoi vivere senza. Non importa chi siamo, cosa facciamo o dove andiamo; ne abbiamo bisogno tutti.

La Settimana dei Diritti Umani è l’occasione giusta per prendere una metaforica boccata d’aria e costruire la nostra partecipazione. Ascoltiamo, riflettiamo, lasciamoci anche provocare. Il festival è arte, socialità e impegno civile. Che c’entra tutto questo con i diritti? Serve a fare in modo che essi non siano solo scritti sulla carta ma vengano rispettati e fatti rispettare con consapevolezza. E non è una cosa facile, bisogna scomodarsi e scomodare gli altri. Insomma, non è tutto rose e fiori, ma c’è qualcosa di fondamentalmente umano. Per dimostrarlo ho voluto intervistare persone che con i diritti ci lavorano ogni giorno, persone come noi e che non hanno nulla di eroico.

È importante ribadire che una persona non si mette a fare volontariato inseguendo chissà quale principio o per “salvare il mondo”. Di solito si comincia per i motivi più banali e inaspettati, come mi ha spiegato Beatrice, che a venti anni ha avviato assieme ad altri ragazzi un’associazione di volontariato chiamata I’M perché “volevamo organizzare delle feste”. Ovviamente non basta volerlo, bisogna anche scendere a compromessi con problemi pratici, economici e burocratici, che però si possono superare. Uno dei punti forti delle attività di volontariato è la loro apertura al contributo individuale, perché ognuno di noi può portare le sue competenze per aggiungere qualcosa di nuovo. Nel caso dell’associazione I’M ogni ragazzo si occupava di qualcosa che a lui piaceva. Beatrice ad esempio, da brava studiosa, faceva promozione sui diritti umani essendo questi la sua materia di studio. C’erano poi laboratori di falegnameria e altre attività pratiche. Il progetto è durato quattro anni prima di chiudersi perché era difficile sostenerlo economicamente, ma è indubbio che chi vi ha partecipato ha accumulato esperienze che sono state di enorme arricchimento personale, oltre che avere lasciato il segno nella comunità. È stata, come la definisce Beatrice “una palestra di vita”.

Questo è un esempio importante rispetto al diritto alla partecipazione, perché non basta avere la possibilità di attivarsi. Non è che uno si sveglia la mattina e si dice “oggi sai che faccio? Avvio un progetto per realizzare le mie idee”. Bisogna fare qualche passo indietro e parlare di contaminazione, un termine che negli ultimi anni ha assunto una connotazione infausta, ma che in questo caso non deve spaventare, anzi. È bello farsi contaminare dall’iniziativa di altre persone, del tipo “Se loro lo hanno fatto allora potrei farlo anche io”. Beatrice giustamente ribadisce che se una cosa non l’hai mai vista difficilmente te la puoi immaginare. Lei e gli altri ragazzi di I’M, ad esempio, si erano ispirati ad un’altra associazione simile nel territorio. Questo per dire che il cambiamento molte volte parte dal basso ed è importantissimo fare capire agli altri che ciò è possibile, proprio perché da una piccola iniziativa se ne aggiungono di nuove. Se la cosa funziona in breve tempo il numero di partecipanti, e quindi di idee, cresce. Ogni persona che prende parte all’attività in seguito ne porta con sé altre due o tre. Da cittadino post-pandemico non posso fare a meno di ripensare all’Rt. Vi ricordate l’indice di contagio Rt? Ecco in questo caso più è alto e meglio è.

Ad un certo punto dell’intervista mi sono permesso di porre a Beatrice la seguente domanda, così a bruciapelo: “la partecipazione è solo un diritto o è anche un dovere?”. La sua risposta è stata molto intelligente. Mi ha spiegato che la parola dovere tende a rendere tutto un po’ troppo forzato, in fondo partecipare non è mica un obbligo. È più una questione di responsabilità, prima di tutto verso sé stessi e poi verso gli altri. C’è poco da discutere, siamo tutti sulla stessa barca.

Sarà stata l’atmosfera di aperta condivisione, ma mi è venuta in mente la frase del film In to the Wild “la felicità è reale solo quando è condivisa”. Probabilmente con i diritti è la stessa cosa, nel senso che ci deve essere la possibilità di partecipare ad essi, di fare delle riflessioni in merito, soprattutto attraverso gli ambiti educativi. Altrimenti che senso hanno?

Qualche giorno dopo, mi sono ritrovato a pensare che l’educazione ha bisogno dei diritti, ma viceversa i diritti richiedono che venga fornita un’adeguata formazione perché si auto-mantengano. Per fare un esempio, un tema educativo sul quale ogni tanto si torna a discutere, senza mai arrivare a nulla di fatto, è quello dell’educazione alla sessualità. L’Italia infatti è uno dei pochi paesi europei a non prevedere l’educazione sessuale all’interno del percorso scolastico, andando a ledere alcuni diritti fondamentali, primo fra tutti quello alla salute. Ci sono molti studi che dimostrano come un’educazione di questo tipo, effettuata nel modo corretto, abbia benefici sulla salute sessuale degli individui; viceversa, sono ben noti gli effetti negativi del suo inadempimento.

Un bel mattino mi ha offerto un caffè Remo, del Centro di Documentazione Polesano. Prima di allora avevo parlato con lui solo al telefono e non conoscevo molto bene questa associazione. Lui mi ha spiegato che il CDP esiste da cinquant’anni e si occupa di fare divulgazione ed educazione sui temi sociali, oltre ad aiutare direttamente alcune fasce di popolazione. Cosa più importante, sono stati tra i primi nel nostro territorio a parlare di mediazione culturale, la quale parte anche dalla formazione. Ecco, vedete come ritorna sempre il tema dell’educazione? Discutendo con lui mi sono fatto l’idea che, in un certo senso, tutti dovremmo essere un po’ mediatori, almeno fra noi stessi e il mondo che ci circonda. Ma come si può fare?

In questi giorni ho avuto la possibilità di ascoltare un discorso importantissimo sul tema della migrazione, tenuto dal signor Gian Andrea dell’associazione Linea d’Ombra di Trieste, la quale fornisce aiuti umanitari ai rifugiati della rotta balcanica. Gian Andrea ci invita a fare attenzione a questo flusso di popoli, perché ci portano un messaggio “apocalittico”. Non va inteso in senso catastrofistico, ma nel senso etimologico della parola, che significa “togliere un velo”. Il messaggio che questi migranti ci portano attraverso le loro vicissitudini ci rivela le vere condizioni del mondo fuori dai nostri confini. Ci rivela quali enormi mutamenti stanno avvenendo, cambiamenti globali che riguardano anche noi ma che con incredibile maestria riusciamo ad ignorare. Il problema è che prima o poi la diga culturale, geografica e sociale che abbiamo costruito non reggerà più il peso di questa massiccia trasformazione.

Una volta la migrazione riguardava persone che da un paese povero si spostavano verso un paese più ricco, com’è il caso dei nostri bisnonni che hanno scelto di andare in America in cerca di fortuna. Oggi la situazione è ben diversa, perché chi emigra parte da un paese che è diventato invivibile a causa della guerra, delle dittature o di catastrofi ambientali.

Pensate a una persona che decide di abbandonare famiglia e amici, per imbarcarsi in un viaggio lunghissimo, estenuante. Un viaggio lungo il quale subirà abusi fisici e giuridici, per arrivare in un paese che nemmeno lo vuole, con il costante rischio di essere catturato, rimandato indietro o addirittura ucciso. Immaginate in quali condizioni si trovino questi paesi, se nonostante tutte queste avversità partire è comunque una scelta più vivibile che restare dove si è.

Non so voi ma io ad un certo punto, sentendo parlare di queste cose, ho avvertito un penoso senso di impotenza. Se è vero che entro il 2050 ci saranno un miliardo di persone in cerca di una nuova casa, che posso fare io per loro? È ovvio che da solo farei gran poco, sarei la classica goccia nel mare, però si può sempre iniziare. Ci sono molte associazioni che sono partite con pochissimo. Linea d’Ombra al day one contava la bellezza di due partecipanti: Gian Andrea e sua moglie Lorena, entrambi pensionati. Il loro unico strumento era un carrellino verde nel quale erano riposti cibo, acqua e medicinali per soccorrere i migranti in transito per Trieste, tappa della rotta Balcanica. Insieme hanno raccolto fondi, coinvolto moltissime persone ed associazioni. Di loro si è parlato parecchio. Solo nel 2022 questa Organizzazione di Volontariato ha soccorso tredicimila persone.

L’impegno che queste persone hanno saputo mettere nella loro iniziativa è davvero encomiabile. Questo però fa anche sorgere una domanda: c’era veramente bisogno che arrivassero due semplici cittadini dotati di buone intenzioni, prima di fare qualcosa? Il volontariato è un elemento di miglioramento sociale importantissimo, ma non può essere la soluzione. Attivarsi per risolvere questi problemi dovrebbe essere un compito delle istituzioni prima di tutto. Per questo motivo ho sempre pensato che il volontariato, oltre a fornire aiuti concreti, dovrebbe impegnarsi moltissimo nella divulgazione e nella denuncia sociale, con lo scopo di informare e di creare un interesse collettivo su un dato problema.

Per questo motivo vorrei anche invitare chi sta leggendo questo articolo a tendere le orecchie e ad accettare i messaggi che ci arrivano da questo mondo, messaggi che possono anche risultare scomodi o addirittura preoccupanti. Ascoltare queste persone significa accettare l’esistenza di una realtà complessa, difficile da comprendere. Significa anche accettare il fatto che non possiamo essere sempre noi stessi i protagonisti della nostra vita. Ogni tanto va bene scendere dal proprio piedistallo e fare una passeggiata in questo mare che è il genere umano, accettando la propria umanità. Siamo sporchi anche noi, siamo fallibili anche noi. Non esistono puri e impuri, e condividiamo tutti lo stesso destino.

Forse suonerà scontato, ma uno degli ostacoli maggiori è il pregiudizio. In quanto fenomeno sociale non ha senso costruirci attorno dei moralismi del tipo “dovete astenervi da ogni pregiudizio”, è meglio andare dritti al sodo e affrontare la cosa in modo pragmatico. Il pre-giudizio è letteralmente un giudizio a priori, un’aspettativa nei confronti di qualcosa; quando entriamo in un ristorante ci aspettiamo che il cameriere ci accolga e ci accompagni al nostro tavolo. Quello è un pregiudizio. La verità è che ci orientiamo nel nostro mondo grazie ai pregiudizi che abbiamo appreso, senza di essi andremmo alla deriva.

Il problema si pone quando i pregiudizi, queste valutazioni a priori, sono sbagliati e nemmeno ce ne rendiamo conto. Sarebbe come avere una bussola smagnetizzata, o un navigatore rotto tanto per essere più moderni. Non dico che sia un compito facile, anzi, però alla fine siamo noi che ci ritroviamo impantanati. Il primo passo sarebbe chiedersi “è un pregiudizio?”, da dove ho imparato queste informazioni? Sono vere?

Se ho aperto questa parentesi è anche per ribadire questo: chi è attivo nel sociale, sia per volontariato sia per lavoro, non è assolutamente privo di pregiudizi. È letteralmente impensabile. La vera bravura consiste nel saperli riconoscere e superare.

Per concludere con qualcosa di più leggero, in stile rubrica, ho raccolto alcuni falsi miti sui diritti che sono emersi durante gli incontri che ho fatto in queste settimane.

I diritti non sono limitati. Andrea, un mio stimato collega che da decenni si impegna nel sociale, dice che i diritti non sono mica soldi, cioè non sono una risorsa finita che ci dobbiamo spartire. Non è che per dare maggiori diritti ad alcune persone dobbiamo toglierli a noi stessi.

I diritti non sono solo una questione di scelta politica. È vero che ogni cosa può essere oggetto di dibattito politico, ma spero che tutto quello che ho detto finora abbia reso l’idea che abbiamo la responsabilità di coltivare i diritti indipendentemente dal nostro schieramento politico.

I diritti non sono una cosa scontata. È brutto da dirsi ma ci sarà sempre qualcuno che ha interesse a toglierci i diritti, e mica ce lo verrà a dire. Difficilmente ce li toglierà da un giorno all’altro, piuttosto se li rosicchierà un poco alla volta per non destare scontento, nascondendo i suoi motivi dietro false apparenze.

I diritti sono una nostra responsabilità. Se è vero che le istituzioni hanno l’obbligo di garantire i diritti alle persone, è anche vero che le persone stesse debbano pretendere che le istituzioni facciano il loro lavoro. Insomma, la vita non è sempre una pacchia, ma se vogliamo che le cose funzionino dobbiamo darci da fare. Ecco perché oltre a buttare la spazzatura, fare la spesa e pagare le bollette, dobbiamo pure trovare il tempo, almeno ogni tanto, di pensare a come il mondo sta cambiando. E per carità, sforziamoci tutti di andare a votare.

Un ringraziamento speciale va a chi mi ha donato parte del suo tempo e delle sue esperienze: Michele (Voci per la Libertà di Amnesty), Beatrice (Cooperativa Sociale Zico), Remo (Centro di Documentazione Polesano), Gian Andrea (Linea d’Ombra), Andrea (Organizzazione di Volontariato Effatà!).

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