Una casa lungo il cammino [ODV Effatà!]

Il seguente articolo è stato pubblicato su REM n. 1/2023. Puoi supportarci acquistando la rivista!

Quando ho suonato il campanello di casa Effatà, un piccolo e riservato appartamento a due passi dal centro adriese, non ho potuto fare a meno di pensare a quante mani si sono posate su quel pulsante nel corso del tempo. Chissà quante persone in un momento della loro vita si sono ritrovate a dire “io abito ad Effatà!”, mentre salivano gli stessi gradini, aprivano la stessa porta e oltrepassavano la soglia della comunità.

Le persone che ci vivono, o che ci hanno vissuto, hanno compiuto un lungo viaggio prima di raggiungere questo alloggio così modesto, ulteriore tappa del loro cammino. La vera destinazione, semmai ce ne fosse una, è la vita autonoma, traguardo che cerchiamo di raggiungere tutti assieme con l’aiuto dei volontari. Se Effatà è una porta d’accesso per una vita nuova, i nostri amati volontari sono i cardini che la sorreggono.

Il lungo viaggio di cui parlo è metaforico, si riferisce al percorso esistenziale che ognuno di noi percorre nell’arco della propria vita. Non tutti seguiamo la stessa strada, compiendo ogni sorta di deviazione. Questo tragitto che viviamo attraverso lo spazio e il tempo ci pone davanti sfide ed opportunità, e sta a noi decidere come affrontarle. Dalle nostre scelte, dipende la direzione che imbocchiamo, nel bene e nel male. Effatà in questo senso è un punto di incontro fra le diverse traiettorie di vita di chi ci passa attraverso.

Vi sono però dei casi in cui il viaggio è stato ben più che metaforico, trattandosi di un vero e proprio esodo da un continente all’altro, partendo da un mondo che spesso e volentieri ignoriamo. È proprio per far valere questo tipo di esperienze che sono andato ad intervistare alcuni dei ragazzi della nostra comunità. Effatà è una parola di origine ebraica, significa “apriti!”. Così quel giorno la comunità si è aperta a me, con tutte le storie che contiene.

Ad accogliermi sul pianerottolo si presenta un ragazzo alto, magro e con una postura impeccabile. Il suo nome è Mamadou ed è l’ultimo arrivato. Ci siamo conosciuti alcuni mesi fa, quando l’autunno si apprestava a soffiare via le ultime giornate estive. Lui mi disse in quell’occasione che preferiva l’estate, perché gli ricordava l’aria del suo paese d’origine.

Mi viene versato del caffè mentre prendo posto al tavolo da pranzo. Mi siedo di fianco ad Alinho e Soungalo che ormai conosco da anni. Quando sono entrato ad Effatà come volontario, loro ne sono usciti avendo finalmente trovato un appartamento tutto per loro. Come spesso accade, siamo sempre rimasti in contatto. Incrocio i loro sguardi carichi di vitalità giovanile, del resto hanno più o meno i miei anni, ma di esperienze ne hanno vissute fin troppe. Sembrano molto contenti di poter raccontare la loro storia.

Dopo aver bevuto un sorso dalla tazza mi rivolgo a Mamadou, per chiedergli come vanno gli allenamenti con la squadra di calcio. Lui mi risponde che gli piace giocare nel Papozze e che spera di salire presto di categoria.

Individuo un aggancio per iniziare ad immergermi nel suo passato, chiedo “giocavi a calcio anche da piccolo, quando ancora vivevi in Guinea?”

“Sì, quando io ero bambino giocavamo a calcetto a cinque, le porte che usavamo erano più piccole di adesso. Non so quanti anni avevo, ricordo che quando vedevo i miei fratelli giocare volevo andare anche io con loro. Assieme organizzavamo dei match de galà, dei tornei.

Anche se il calcio a undici che faccio oggi è diverso, a volte quando tiro la palla mi ricordo dei miei vecchi amici e di come loro si muovevano in campo. Ho continuato a sentirli nel tempo, oggi vivono alcuni in Francia, altri in America. Ci siamo dispersi per il mondo. Sono state le nostre famiglie a spingerci a lasciare il paese, nella speranza che potessimo trovare una vita migliore e l’opportunità per fare poi venire i nostri parenti.”

“Hai mai pensato di tornare in Guinea per fare loro visita?”

“No, non penso di tornare nel mio paese; è molto pericoloso. In questo momento dei militari hanno in mano il potere e comandano con le armi. Chi non ascolta…” fa il gesto della pistola. “Laggiù non c’è più nessuna legge se non quella della bocca che parla, qui in Italia almeno sono al sicuro.”

“Cos’è accaduto in Guinea?”

“In Guinea ci sono trentatrè etnie, le più grandi sono mandinka e peul (fulani, ndr). Io appartengo ai peul. Nel 2010 ci sono state delle elezioni ed è salito al potere Alpha Conde, dei mandinka. Ci sono state delle manifestazioni perché l’hanno accusato di avere rubato i voti. La risposta del governo è stata “se voi manifestate contro il potere, noi vi uccidiamo”. Loro hanno le armi, però siamo noi che mandiamo avanti l’economia. Noi peul abbiamo provato a raggiungere un compromesso, chiedendo di lasciare che un nostro ragazzo provasse a governare per vedere come andava. Ovviamente hanno rifiutato. E intanto sono continuate le violenze, nelle strade e nelle case una ad una. Alla fine ho deciso di scappare, perché mi sentivo minacciato.”

Un po’ alla volta, inizio ad avere la chiara impressione che questi comincino per una scelta obbligata. È stato così anche per Alinho, che ha lasciato il Mali partendo dalla regione centrale di Gao: “Avevo appena finito la terza media, quando è iniziata una guerra con i terroristi islamici. Siamo partiti in tanti, tutti cercavamo di salvarci, io ho raggiunto l’Algeria perché era la più vicina. Ho fatto quasi due anni di lavoro lì, sperando che la situazione a casa si calmasse”

Lamana, amico di vecchia data dei nostri ragazzi, il quale ha gentilmente accettato di partecipare all’intervista, aggiunge “io invece ero già in Cameroon quando è scoppiata la guerra nel Mali, ma poco dopo anche lì è scoppiata una guerra simile. È così un po’ dappertutto, e non puoi vivere in un paese in guerra. Come fai a lavorare? Così ho dovuto raggiungere la Libia, per fortuna non sono rimasto lì molto a lungo.”

Mi colpisce l’apparente disinvoltura con cui afferma che è così un po’ dappertutto, come se fosse una cosa normale*.* È una realtà difficile da immaginare per noi, quella della guerra. D’altro canto, la pace sembra non essere così scontata come la crediamo.

Improvvisamente suona il campanello e che interrompe i miei pensieri. Sento dei passi rapidi salire gli scalini e appare sulla soglia il nostro amico Mohammed, basso di statura ma molto scattante. Mi dicono che sia un ottimo giocatore di calcio. Attualmente abita qui ad Effatà, ma sta cercando un appartamento in cui andare a vivere.

Per rimetterci in pari con l’intervista, gli domando delle sue origini. Lui arriva dall’estremità opposta del continente rispetto ai suoi amici e riporta quanto segue “io sono nato in Somalia, nel corno d’Africa. Qui gli uomini non possono lasciare il paese perché è in corso un conflitto, per questo mia mamma ha portato via me e la mia sorellina quando eravamo ancora piccoli, diretti verso la Guinea. Mamma è morta durante il viaggio e un’altra signora si è occupata di noi, prima di morire anche lei nel 2010. Nel 2013 ho lasciato la scuola perché non riuscivo a mantenere sia me che mia sorella. Sono andato a lavorare in una miniera d’oro per due anni, poi sono stato costretto a fuggire perché le autorità mi cercavano per un fatto accaduto solo pochi giorni prima.

“Cos’è accaduto?”

“In quegli anni si stava diffondendo una grave epidemia di Ebola. È accaduto che un pomeriggio siamo andati in campo per giocare a calcio e la sera abbiamo scoperto che uno di noi era infetto. Ci hanno detto che tutti potevamo essere stati contagiati, e per questo la polizia ci stava cercando per catturarci. Non avevo molto tempo per pensare, ad un certo punto ho chiamato mia sorella e l’ho rassicurata. Le ho detto ho pochi soldi ma io scappo. Sono andato in Algeria dove ho conosciuto Alinho.”

Insomma, partire è sempre pericoloso, ma restare lo è ancora di più. Mamadou mi descrive così il suo esodo dalla Guinea: “E’ stato pesante. Sono passato per Mali, Burkina Faso, Niger e Libia. Quando parti e per tutto il tragitto, non puoi permetterti di pensare, altrimenti ti viene paura. Se sentivo parlare di qualcuno che era morto, io mi allontanavo perché non potevo fare entrare quei pensieri nella mia testa. Dovevo pensare solo positivo. Se dovessi dare un consiglio a chi sta per affrontare questo viaggio gli direi di cercare un’altra strada, neanche io pensavo che fosse così rischioso.”

Una cosa è certa: la tappa peggiore di tutte è la Libia. Meno ci resti e meglio è.

Alinho racconta: “Dopo l’Algeria sono andato in Libia con alcuni amici perché abbiamo sentito che lì c’erano più soldi. Non avevamo idea di quanto fosse pericolosa la Libia. La mattina dopo il nostro arrivo siamo andati in piazza per il tchad, una specie di mercato in cui i capi scelgono i lavoratori da impiegare nelle proprie terre. Ci hanno presi a lavorare subito, ma ci pagavano con pane e acqua. Nessuno poteva controbattere perché lì tutti sono armati. Per fortuna abbiamo trovato un signore italo-libiano che ha preso me e gli altri a lavorare con lui in un frutteto, vicino alla città portuale di Zabrata. Dopo sei mesi ci ha messo di fronte a tre scelte: tornare indietro, restare lì a lavorare per lui oppure andare avanti fino in Italia. Abbiamo scelto di proseguire.”

Lo sfruttamento, per non dire oppressione, dei lavoratori sembra essere molto diffuso. Le conseguenze possono essere imprevedibili, soprattutto quando in mezzo ci sono le armi.

Mohammed ne sa qualcosa: “dopo qualche mese di lavoro in Algeria ci hanno mandati via; è successo che un ragazzo ha litigato col padrone perché in nove mesi non lo aveva mai pagato, e alla fine l’ha ucciso. Per ripicca, hanno mandato via tutti i lavoratori me compreso. Alla fine sono finito in Libia che è ancora peggio. Lì tutti girano con le armi, è una cosa normale. Se hai un gruppo di amici vai a fare le rapine. Lì lavori, fai la spesa e poi dritto a casa perché andare in giro è pericoloso, soprattutto da solo. Persino la polizia può fermarti per estorcerti dei soldi e se non li hai ti portano in galera, dove rischi di essere torturato. Una volta mi sono salvato dicendo di non avere soldi perché ero appena uscito dall’ospedale dopo una lunga malattia, motivo per cui se mi avessero portato in galera sarei morto là. Ovviamente era una bugia, mi ha salvato il fatto che sapessi un po’ di arabo per farmi capire.”

La scelta di partire per mare e raggiungere l’Italia è l’ennesimo punto di non ritorno. La partenza non avviene subito, spesso bisogna sopravvivere ad una lunga e spossante attesa, come è accaduto ad Alinho: “Ci hanno chiusi in oltre cento persone dentro ad un capanno, ad aspettare che ci fosse il clima giusto per partire. Senza cibo o acqua. Siamo rimasti lì un mese. Hanno messo un giovane di guardia che avremmo potuto anche uccidere perché era magrissimo, però era armato. C’era un bidone pieno di acqua stantia, l’abbiamo bevuta tutta.”

Agli altri sembra essere andata meglio, l’attesa è stata più breve, ma erano comunque preoccupati. Sono momenti molto delicati e non sai mai di chi fidarti. Mohammed mi racconta: “quando ho deciso di salpare ho preso delle provviste. Non mi fidavo di nessuno. Avevo paura, ma mi sono detto si vive una volta sola. Non ce la faccio più, o si parte o si muore”.

Il viaggio, da come me lo raccontano, è qualcosa di surreale. Si parte solo con le giuste condizioni meteo, ad un’ora precisa e con una serie di accorgimenti che lasciano intuire la precarietà del loro mezzo di trasporto.

Lamana mi spiega che: “si parte sempre di notte perché di giorno fa caldo e il barcone di plastica rischia di incendiarsi con il carburante del motore. Non sono ammessi oggetti di ferro, non puoi avere i pantaloni con i bottoni o la cintura. Viene eliminata qualsiasi cosa che possa squarciare il gommone. Anche perché siamo in tanti a bordo, incastrati gli uni con gli altri. Quando parti speri sempre di avere fortuna, di non dovere tornare indietro.”

Mamadou annuisce: “Quando passi tante ore in mare in una barca così bassa diventa tutto confuso. Se guardi troppo l’orizzonte la tua testa inizia a girare. Ad un certo punto ti accorgi che non riesci a parlare, vuoi rimanere da solo e in silenzio. Quando sono sbarcato in Sicilia, non riuscivo neanche a rispondere alle domande che mi facevano. La testa mi girava ancora per il lungo viaggio e l’aria era differente, mi faceva stare male.

Anche dopo essere arrivato, sentivo che la mia testa era ancora in Libia. La notte, se sentivo una porta sbattere o qualcuno camminare, mi svegliavo di soprassalto pensando che fossero i libici che volevano tirare una bomba e ucciderci tutti. Solo dopo mi rendevo conto di essere in Italia e mi calmavo. Ancora oggi la mia testa ogni tanto si gira e va in Libia, poi per fortuna ritorna.

Poco dopo il nostro sbarco di hanno sistemati nel campo profughi di Cona, e lì mi è tornata in mente una cosa. Mesi prima avevo sognato di trovarmi dentro ad una foresta, e di vedere delle case irraggiungibili in lontananza. In quel momento ho capito che quel sogno era Cona, solo che al posto degli alberi c’era una foresta di tende. Le case rimanevano sempre distanti, fuori dalla mia portata; siamo rimasti chiusi nel campo profughi per un anno, finché non abbiamo fatto la marcia di protesta fino a Venezia nel novembre 2017.

Dopo diverse tappe, sono arrivato ad Effatà. Rispetto a Cona, Effatà è molto diversa. Posso dormire al caldo senza dovere indossare una giacca. Dormo tranquillo senza paura che vengano a svegliarmi bruscamente.”

Alinho è d’accordo: “Adesso con il nostro appartamento siamo tranquilli, fra un po’ arriverà mia moglie che adesso vive in Mali. Ci sembra di essere in paradiso, soprattutto quando mi fermo a ripensare tutti i passaggi che abbiamo fatto per arrivare. Ci sono tanti che nonostante la disperazione sono tornati indietro. Non hanno trovato il coraggio di salpare.

In seguito ho la possibilità di condividere quanto emerso dall’intervista con alcuni colleghi e discutendone assieme arriviamo a concludere che abbandonare la patria è come subire un lutto, poiché si perdono le proprie origini e la comunità di riferimento. L’identità personale si sgretola lungo il cammino, un passo alla volta. E’ un vissuto che porta con sé un forte disagio.

Come disse Alinho: “Sembra facile la nostra vita ora, ma per raggiungerla abbiamo dovuto fare un viaggio lunghissimo.”

In tutta risposta Soungalo sorrise soddisfatto, dicendo: ”quando avrò dei figli diranno, mio papà è stato coraggioso, ha fatto una lunga impresa”

Consiste più comunemente nel dividere, mediante la pausa del verso, l’aggettivo e il suo sostantivo, il soggetto o il predicato o il verbo, la specificazione dal suo sostantivo, il verbo dall’avverbio. È un modo raffinato di mettere in rilievo una parola e insieme di sottolineare, mediante la pausa, il suo legame con la parola, o le parole successive. Una spezzatura artificiosa si crea con la divisione di una parola in due versi distinti (ma si tratta ancora di un caso rarissimo, e

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